L' ARTE di GIORGIO CASONI i 

                                  GIORGIO CASONI, O LA PROBITA' DEL DISEGNO
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 Le dessin est la probité de l'art
 Jean-Auguste-Dominique Ingres

Se è vero quello che sostiene Ingres, uno dei massimi disegnatori di tutti i tempi, Giorgio Casoni è senza dubbio un artista di provata onestà.
L'arte,  per tornare all'esergo, è il suo “violon d'Ingres”: dilettante nell'accezione più nobile del termine – quella etimologica – Giorgio appartiene con orgoglio alla scuola del gusto, non a quella del disgusto; non coltiva l'arte che sfigura, ma quella che trasfigura.
Le sue opere,  incentrate quasi esclusivamente sulla  grafica, sottolineano l'incrollabile fedeltà a tutto ciò che in tempi non ancora callifobici veniva definito, con uno splendido vocabolo, filocalia.  amore per il Bello. Sentimento sempre più retorico e obsoleto solo per chi si prostra davanti a trittici stercorari e a pescicani in formalina.
Sembra che Giorgio abbia firmato un “gentleman's agreement” con il visibile, impegnandosi a non infrangere il sacro patto mimetico fra rappresentazione e realtà, né tanto meno a vilipendere quest'ultima con certi pseudoavanguardismi da ermeneuti e turiferari del nulla.
La prima qualità di un'opera d'arte – lo scrivono fra gli altri Delacroix e Magritte – è di essere soprattutto una festa per gli occhi, una “cosa fatta bene”. E come un altro artista sassolese di valore, il compianto Luigi Tagliavini, Giorgio Casoni ama le “cose fatte bene”, con metodo e mestiere, quello che Mallarmé chiamava “la gloire ardente du métier”.
Sempre al pari di Tagliavini, riconosce l'importanza della tradizione e non nasconde tutta la sua venerazione per i grandi.
Numerosi e riconoscibili sono i tributi di Giorgio ad alcuni degli autori preferiti. La casa di montagna richiama l'ispida e torva bellezza – more geometrico demonstrata – della cézanniana “Maison du pendu”. Più che allusivi sono gli echi nordamericani (Hopper e Rockwell) de “Il vecchio Oreste” e del “Progressive Passenger”; d'inconfondibile temperie canalettiana è il veneziano “Rio dei mendicanti. A tanti illustri predecessori si può infine far risalire la morbida eleganza della natura morta “Vaso con fiori”.
Ma un discorso a parte meritano le opere di carattere veneziano.
I maestri più insigni navigano da secoli le acque del Canal Grande sui bucintori dogali dell'immaginazione. In segno del loro amore, vi lasciano cadere l'anello d'oro dell'arte per celebrare lo sposalizio di Venezia con la bellezza.
Si può dunque aggiungere qualcosa all'insolente, quasi hybristica dismisura estetica della città?
Non è pensabile: il nihil ulterius, il decreto di “inappulcrabilità” , è stato firmato nel Settecento da un pittore che si chiamava – nomen omen – Antonio Canal, detto il Canaletto. Soprattutto a lui, e a pochissimi altri, come al Guardi, Venezia ha ceduto i suoi  preziosi diritti di immagine.
Ma per Giorgio Casoni, artefice aggiunto agli Artefici, ci può essere perfetta letizia nel corredare quei magnifici fondali di chiose sapienti e appassionate, di esercizi grondanti ammirazione..
E proprio ammirevoli sono,  l'acceso e vigoroso cromatismo e l'alta coerenza figurativa delle maschere carnevalesche rappresentati nei suoi oli.
Notevole anche la minuziosa perizia tecnica con cui sono messi in rilievo i trafori, le trine e i merletti di pietra che ingorgierano i palazzi. Acute sono la tendenza all'osservazione e l'esattezza disegnativa; quasi maniacale l'acribia per i particolari delle anatomie architettoniche sassolesi e modenesi, con la resa perfetta dei capitelli, dei fregi, dei bassorilievi, delle finissime velature come dei giochi di luce sul marmo.
Il precisionismo è altissimo, ma non tale da ingenerare il sospetto di competizione con quel pleonasmo fotografico della realtà che chiamano iperrealismo.
Anche perché, per un artista autentico, il reale per eccellenza, il reale più “vero”, forse l'unico auspicabile, è quello inventato.
A proposito di “invenzione del vero” (l'espressione è di conio verdiano), non dimentico certo quei cari luoghi di Sassuolo – Villa Vistarino, il “Caldirone”, Piazza Piccola – sulle cui ginocchia sono cresciuto e che Giorgio, perseguendo uno degli scopi primari dell'arte ,  ha saputo consegnare per sempre alla dignità della forma.
“Nulla al ver detraendo”, com'è suo costume, Giorgio magnifica quelle mirabilia urbis  e me ne corregge gli errata di una pressoché quotidiana abitudine percettiva.
Perché quando la materia estetizzata arriva al riguardante, è lui a finire l'opera e a completare in sé l'ultima creazione.
                                                                                                                                                           

Mario Pelati                                                                                                                                                                         

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